mercoledì 30 maggio 2007

Mystic Driver

«Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cioè diventato un mistico. I mistici sono, per dirla in breve e un po' grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini infelici.»
Herman Hesse, Narciso e Boccadoro

sabato 26 maggio 2007

poesia

POESIA
E’ L’ESCREMENTO LUMINOSO DI UN ROSPO CHE HA INGHIOTTITO UNA LUCCIOLA


La Bellezza crea conflitti interiori molto grandi,
“la bellezza è una ricerca difficile” (Rilke)

“Non scrivete le vostre esperienze, la poesia non deve essere l’esperienza.
Non mostrate quello che siete, ma quello che sarete.
Non esibite i vostri sentimenti, create con la poesia un nuovo sentimento.
Non rivelate ciò che sapete, ma ciò che sospettate.
Non cercate quello che siete, ma ciò che non siete.
Per questo, ora che siete sogno, smettete di sognare”
Alejandro Jodorowsky

Hans Hartung


La sezione aurea
Nel tentativo di trovare un ordine dentro il disordine, Hartung si è appoggiato alla regola della Sezione Aurea; a questo proposito afferma: “Sono stato sempre alla ricerca di principi, leggi alchemiche che potessero rovesciare il ritmo, i movimenti, i colori, compiere la trasformazione del disordine apparente, con il solo fine di convertirlo in un movimento perfetto, e così creare ordine nel disordine, ordine attraverso il disordine. Volevo sentirmi partecipe delle forze che reggono la natura. Volevo tradurre in forme, in immagini, i principi della materia che pur sembrando disordinati e arbitrari, sono in verità retti da una volontà che li rende armonici e ordinati […]. Mi accanivo a svelare i misteri, di cui analizzavo tutte le possibilità […]. La Sezione Aurea è una ricerca di armonia, e di un giusto equilibrio […]. Esiste un’unica misura che preserva l’unità del tutto: quella, appunto della Sezione Aurea […]. Avevo la sensazione di partecipare alle forze che reggono la natura […]. Nessuno ancora aveva pensato di applicare le regole della Sezione Aurea alla scelta e alla composizione dei colori, dei volumi, dello spazio. Io ne ero come ossessionato: contavo, dividevo, moltiplicavo […]. Ero sempre alla ricerca di una legge, di una regola aurea: alchimista del ritmo, del movimento del colore […]. Se sono rimasto così a lungo fedele alla Sezione Aurea è perché essa soddisfa il mio bisogno di regola: regola che presiede a quel che faccio […]. Non credo che sia vincolante cercare sempre e ovunque la Sezione Aurea, ma credo che rimanga una opportuna regola di partenza: una regola di forma, e anche una regola morale”.

venerdì 25 maggio 2007

HE ART



Non ti hanno detto che l'espianto di organi quali cuore, fegato, polmoni, reni, ecc. si effettua solo e sempre da persona in coma, con respirazione aiutata, e non da cadavere freddo e rigido come tutti intendiamo.
La persona viene incisa dal bisturi mentre il suo cuore batte, il sangue circola, il corpo è roseo e tiepido, urina, può muovere gambe, braccia, tronco, ecc..
Le donne gravide portano avanti la gravidanza.
Non è vero che prima si interompa la ventilazione e che poi, a cuore e respiro fermi, si inizi il prelievo, ma è proprio l'opposto.
Gli organi vengono tolti da persona che ha perso la coscienza le cui reazioni alla sofferenza prodotta dall'espianto sono impedite da farmaci paralizzanti o da anestetici.
Dr. David W. Evans, Fellow Commoner of Queens' College Cambridge, cardiologo dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla morte cerebrale, afferma: "Non c'è modo di accertare una vera morte cerebrale prima della cessazione della circolazione sanguigna. C'è una grande differenza tra essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte cerebrale". (Audizione Parlamento Italiano '92)
Ricercatori della Harvard University affermano già dal 1992, che non è possibile accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello con i mezzi clinico-strumentali attuali. (Critical Care Medicine - vol.20, n° 12, 1992, Harvard Medical School, boston, Rethinking Brain Death (Ripensamento sullamorte cerebrale)).
Il Presidente dell'Associazione Internazionale di Bioetica, Peter Singer, Al congresso di Cuba (1996), in merito alla riluttanza a donare organi, ha affermato: "La gente ha abbastanza buon senso da capire che i 'morti cerebrali' non sono veramente morti... la morte cerebrale non è altro che una comoda finzione. Fu proposta ed accettata perchè rendeva possibile il procacciamento di organi".

venerdì 18 maggio 2007

Canti In Asociale


Canti In Asociale – Macchine Allo Sfascio
(2007, autoproduzione)

Canti In Asociale – Macchine Allo Sfascio
(2007, autoproduzione)

Macchine Allo Sfascio è il nuovo album dei Canti In Asociale (Zio Boom, Contrabbando e Lo Zac). Con questa uscita si confermano una realtà di grande spessore nonchè degni continuatori della tradizione rap hardcore pescarese. Un lavoro di grande qualità sotto ogni punto di vista nonostante i limiti dell’autoproduzione.
Boom e Contrabbando sfoggiano metriche molto ricercate e rime mai banali cariche d’insofferenza, forti del disagio che i due mc riescono a restituirci con una potenza d’impatto a cui non si può rimanere indifferenti. Questo senza mai cadere nella retorica o nella scontatezza, con uno stile originale: grezzo in superfice ma ragionato e raffinato nella sostanza. Già dalla prima traccia (Demolizione) si sente che sono pronti e attrezzati per demolire liricamente (contro fascisti, polizia, televisione, chiesa, politica... ce n’è per tutti). Estremamente rodato anche il loro flow che acquista forse una musicalità ancora maggiore nelle parti di dialetto che si alternano con quelle in italiano senza che la fluidità dei brani ne risenta, questo grazie anche a un grande affiatamento.
Anche le produzioni non sono per nulla scontate; i beat sono caratterizzati da un suono cupo e da un andamento claustrofobico nei quali traspare l’influenza di El P. E’ sicuramente necessario qualche ascolto per entrare in sintonia col suono dell’album e per poter quindi goderne appieno.
Difficile scegliere una traccia sulle altre, ma forse Abbondanza è quella che brilla di più: su una base funkettona Zio Boom sferra un’invettiva da brivido contro il consumismo esasperato. Tema contiguo a quello della successiva Rapino Aladino in cui la critica è rivolta ai media che incantano la massa (<>). E’ comunque un disco di una intensità rara, composto da otto pezzi più uno skit e un remix in cui nulla è sorvolabile o gonfiato da steroidi; un disco di musica “biologica”. Come ultima traccia il bellissimo remix di Donnicola del brano La Calma. Un remix che riesce a cambiare l’accezione del testo che si trasforma da “qui è un casino” in “si tira avanti”. Si tira avanti sicuramente finchè da qualche parte, in questo caso provincia di Pescara, qualcuno fa un album come questo.
Mattia Basti

Silent Family, still life







"Leggere" un albero genealogico, anche attraverso una rappresentazione teatrale, è entrare nella realtà o nel linguaggio dell’altro.
Il linguaggio genealogico è il linguaggio del non detto.
Rintracciare il destino contenuto nell’albero è rinascere alla propria storia.
Grazie a Albano, Alice, Angelo, Antongiulio, Elisa, Erica, Ida, Lorena, Martina, Mirco, Silvia, Stefania...&Co
foto Piero Lullo, pierolullo@yahoo.it

HUB: Cerrone, Fiorillo, Colangelo


HUB, Palazzo Ferrini, Pescara
( Nuovo Tribunale)
esposizione dal 19 maggio al 5 giugno


"Denaro Santo"

giovedì 17 maggio 2007

mercoledì 16 maggio 2007

Il sogno senza fine




A distanza di sette anni da Opera Panica, Alejandro Jodorowsky torna alla drammaturgia e alla regia teatrale con l’inedito Il sogno senza fine.
Lo spettacolo, prodotto da Il Mutamento Zona Castalia, sarà proposto in prima assoluta il 24 maggio 2007 al Teatro Gobetti di Torino, in apertura del progetto Pianeta Jodorowsky, a lui dedicato.
Il rapporto con il teatro è un punto fermo imprescindibile nel percorso del poliedrico artista che, pur esprimendosi in molti altri ambiti, non ha mai rinunciato a questa forma effimera ed immediata. In una recente intervista curata da Antonio Bertoli, collaboratore alla messa in scena, Jodorowsky afferma: “Ogni notte sogno di mettere in scena qualcosa… Quando un melo dà delle mele non ha nessuna idea di base che lo spinga a dare i suoi frutti…Per me l’arte non nasce dalle idee, soprattutto e in maniera particolare: si forma dentro di me autonomamente e poi va alla sua realizzazione.”

Con Il Sogno Senza Fine Jodorowsky torna alla forma teatrale come veicolo espressivo capace di dar corpo e sostanza ai temi a lui più cari: la sofferenza e l’amore, l’amore senza speranza e l’amore universale, come possibile trascendenza dell’amore egotico, verso la creazione dell’unità. Un teatro, il suo, che emerge dalle profondità dell’essere, che è lacerazione e sofferenza, bisogno incolmabile ed esplosione. Impermanente, come tutto ilteatro, ma eroicamente vitale e irriducibile.


Il sogno senza fine richiama ovviamente Strindberg: i personaggi sono molti e gli attori sono solo due, e i personaggi sono quasi tipizzazioni abitate sempre solo da due protagonisti - anch’essi personaggi - che li interpretano fino al punto di perdere la coscienza di se stessi, per poi ritrovarsi ancora e perdersi continuamente. Così il personaggio diventa un altro personaggio, e l’estrema finzione del teatro si fa realtà portando al massimo la finzione teatrale…
Certo è teatro, ma è anche teatro dentro il teatro, ed è soprattutto “teatro terapeutico” nel senso di quella che io chiamo “arte che cura”…
In questo teatro colui che cerca la verità si trova con un rospo in mano.Solo colui che cerca l’autenticità riesce a trovarci il diamante.
Alejandro Jodorowsky

Prima assoluta
Giovedì 24 maggio 2007, ore 20.45
Teatro Gobetti, via Rossini 8 - Torino

Repliche
Venerdì 25 e sabato 26 maggio 2007, ore 20.45
Teatro Gobetti, via Rossini 8 – Torino



IL SOGNO SENZA FINE
Drammaturgia e regia di
Alejandro Jodorowsky

Aiuto regia Antonio Bertoli
Con Brontis Jodorowsky ed Eliana Amato Cantone
Scenografie e costumi di Daniela Cavallo
Disegno luci Patrizio Serra
Direzione artistica Giordano Amato
Produzione Il Mutamento Zona Castalia - R. M. Storie di Altri Mondi


Attraverso innumerevoli incarnazioni, attraverso un caleidoscopio di personaggi maschili e femminili, il percorso dalla caduta verso il Ritorno, verso la creazione dell’Uno.

Dai sotterranei dell’anima, verso la guarigione e la luce, verso l’Unità.
I Fratelli Celesti si cercano attraverso le molteplici identificazioni alla vita di tutti i giorni, in un sogno che può avere fine solo alla fine di ogni dolore.

Pianeta Jodorowsky a Torino


È nell’antica saggezza dei Tarocchi – ponte simbolico fra i due estremi dell’intuizione e della ragione – che si trova la definizione di ciò che è, o meglio dovrebbe essere l’uomo secondo Alejandro Jodorowsky. Artista poliedrico, personalità controversa e affascinante a metà fra uno psicoterapeuta sui generis e uno sciamano laico, Jodorowsky ha vissuto un’esistenza in costante tensione fra il bisogno di trascendenza, la ricerca delle verità ultime e la necessità di agire concretamente sulla realtà. L’immaginazione attiva – che apre la mente al cambiamento e al pensiero multiplo – è la chiave della sua visione del mondo; la psicomagia – sorta di psicoterapia aperta al sovrannaturale, che libera dalle proprie prigioni fisiche e mentali attraverso atti metaforici e catartici – è il metodo per raggiungerla.
Celebrato come un guru e un maestro di vita, osteggiato come un ciarlatano, sempre in bilico fra il dubbio scettico e l’adorazione incondizionata, Jodorowsky, in cinquant’anni di vagabondaggi per il mondo, dal nativo Cile al Messico, dagli Stati Uniti all’Europa, ha fatto il clown, l’attore, il regista, ha messo in scena centinaia di spettacoli, ha fondato con Roland Topor e Fernando Arrabal un movimento post-surrealista (il Movimento Panico), ha girato due apprezzate pellicole come El Topo e La Montagna Sacra, ha scritto poesie, libri, sceneggiature per il cinema e i fumetti, testi per il teatro, ha studiato la stregoneria medievale, il taoismo zen, le tradizioni degli sciamani messicani, ha tenuto centinaia di affollatissime conferenze-happening sulla psicomagia... Un’incessante scorribanda per i saperi del pianeta che trova la sua unità e il suo scopo nella capacità trasformatrice dell’arte: un’ “arte che cura” e che rimane l’unico mezzo per comprendere la magia del mondo, il suo lato misterioso e imprevedibile che sfugge ai nostri abituali ristretti parametri di valutazione. Perchè il segreto sta sempre nella disponibilità a capire, a mettersi in gioco, e, come nei Tarocchi, «è tutto nella domanda»
24 maggio - 7 giugno

lunedì 14 maggio 2007

A partire dal pensiero




Spazio Hub - eventi
Sabato 19 maggio ore 18.30

presso la Libreria Book & Wine - Spazio Hub - Palazzo Ferrini, Pescara

Presentazione del volume
AL RIPARO DAL PENSIERO
funzioni, ruoli e processi nella percezione dell'arte contemporanea
di A. Zimarino
Edizioni Tracce
Euro 11,00 - ISBN 978-88-7433-391-2
(interverranno : Nicoletta Di Gregorio - Ugo Perolino )
&
A PARTIRE DAL PENSIERO
Progetti, idee e immagini di artisti contemporanei
Mandra Cerrone - Angelo Colangelo - Franco Fiorillo
a cura di Antonio Zimarino



A PARTIRE DAL PENSIERO
di Antongiulio Zimarino

Se la parola e la comunicazione finalizzata alla promozione possono essere anche strumenti per far si che il pensiero e l’ideazione non riescano a liberare completamente le potenzialità delle loro implicazioni, è solo ritornando al rapporto diretto con l’opera e ad un pensare che da essa scaturisca, che si può restituire una funzione realmente culturale, tanto all’arte quanto alle idee che essa può rigenerare.
L’artista cerca di mostrare e scoprire tra le cose quell’anello che lega o disgiunge dei possibili percorsi di Senso; mentre costruisce, attende che il costruire rilasci o produca l’istante in cui, oltre l’aspetto logico di una costruzione visiva o concettuale, l’osservatore si trovi proiettato a proporre delle ipotesi di comprensione in una dimensione non semplicemente logica ma, potremmo dire, estetica o anche, per che no, estatica.
La costruzione immaginale dell’ arte contemporanea sembra avere molte potenzialità ma non sempre chiaramente intese: è strumento “d’arte” nel senso più classico possibile perché consente (anche nel suo organizzarsi in video) di superare le necessità delle conseguenze logico narrative della struttura cinematografica per diventare non “racconto dell’accaduto” ma “esperienza del presente”. Essa può mettere insieme stimoli che appartengono storicamente e culturalmente alla percezione della pittura, con altri che appartengono ad altri campi mentali, percettivi e sensoriali (udito, intelletto, mobilità visiva) generando ulteriori possibilità interpretative attraverso relazione sinestetiche amplissime. Al di là delle qualità del “mezzo” è sempre il “come”, il “progetto”, la “cultura” che usa il mezzo a fare di esso lo strumento prezioso per aprire comprensioni in senso “orizzontale” del proprio mondo e in senso “verticale”, nella profodità del nostro tentativo di essere e di definirci.
Ma a quale scopo? Per lo scopo di sempre dell’arte: costruire un “luogo percettivo” dove si possa essere “presi dentro” e nel quale si può accedere attraverso le strade dell’intelligenza e della sensibilità.
La migliore video arte, ma la migliore arte in genere, ha la necessità di completare e fondere in una cosa sola, in un opera – pretesto, i nostri modi di conoscere ed esperire l’esperienza della realtà: il nostro essere autenticamente umani fa si che di essa ne comprendiamo poi una possibilità di senso, attraverso modalità logiche o analogiche. Molti problemi legati alla comprensione dell’arte stanno nel fatto che tendiamo a raggiungerla per una sola di queste vie, mentre invece essa è identitariamente e costitutivamente “entrambe le vie”.
Da queste immagini, che sono poi state anche tradotte in video, ho re – imparato queste cose, perché tutti mi sono risuonati nell’immaginario come “prodotti di una logica” cioè, di un progetto espressivo e riflessivo, ma tutti contengono un passaggio “oltre la logica” perché nel loro realizzarsi spingono necessariamente l’osservatore ad un approccio analogico. Ho nuovamente compreso che l’opera è “altro da sé” cioè, non è semplicemente quello che l’autore progetta o ha idea che sia, ma quando viene da lui “data” ad un pubblico, diventa ciò che l’altro sente che sia per lui e qualcosa allo stesso tempo di analogo e differente per ciascuno.
Credo che la vera efficacia dell’arte sia nel fatto che l’artista dona qualcosa a me, vuole condividere con me il “suo senso” e che esso può diventare davvero anche mio quando la stessa progettualità dell’artista lavora non sull’affermazione e la definizione ma sulla possibilità delle definizioni. Insomma che posso parlare di arte se l’opera può diventare qualcosa in cui anche io ho un ruolo, anche la mia intelligenza logica / analogica è chiamata a svolgere un ruolo costruttivo.


Mandra Cerrone – Denaro Santo
Il denaro non è solo ciò che è ma è anche tutto l’immaginario che ad esso è legato. E’ una cosa “sporca” per le implicazioni negative del suo uso, per i furori che può suscitare, per il suo essere associato con il potere, le fortune, le crisi, le disgrazie. Distrugge, certamente, ma può essere anche possibilità di riscatto, di libertà, indipendenza, di giustizia, possibilità di cambiare le sorti, le fortune in terra, possibilità di una dignità, possibilità di vivere, di dare serenità ecc. Il potere del denaro non si dà in sé, ma è esattamente quello che noi riteniamo di dargli, simbolicamente e realmente parlando; il suo “uso” si qualifica in base al tipo di relazione che intendiamo costruire e sviluppare con esso: il denaro prende la strada che gli diamo e assume il ruolo che gli attribuiamo, esprime il nostro orizzonte esistenziale e relazionale.
Il gesto simbolico di “lavarlo” apre un orizzonte di senso differente: lo “libera” dalla sua storia negativa e lo può far diventare strumento di abbondanza, di felicità distribuita e condivisa. Il denaro può tornare ad essere ciò che noi vogliamo sia, attraverso una “scelta”, un gesto concreto che cambi il nostro rapporto con esso. E dopo questo gesto, quale diventerà il nostro modo per rendere santo il denaro? Come faremo noi che guardiamo ed entriamo nei senso metaforico dell’opera, a farlo diventare strumento di giustizia e di libertà reciproca e non strumento di discriminazione o abbrutimento?


Franco Fiorillo – Non comunicabile
Si susseguono sequenze di esplosioni legate a situazioni di conflitto e di terrorismo, sottotitolate da puntinature di un linguaggio Braille impossibile (perché scorre su di un video) mentre si svolge una Fuga da una sonata di Bach, nella sua continuità. Lo stridore concettuale e logico dell’assemblaggio creano un cortocircuito di sensi e linguaggi capace di trasformare il dramma delle esplosioni in una sorta di gioco di fuochi d’artificio ma dei quali non possiamo mai negare l’implicità assurda drammaticità per ciò che evocano e rappresentano. Allo stesso tempo non sappiamo cosa realmente siano e quando accadono perché nessuna parola, nemmeno quella tattile di potenziali “ciechi” ci può parlare: è l’assurdo spettacolo della violenza incongruente, dell’incongruenza del suo esistere e del suo non potersi spiegare, mentre la musica continua a ricordarci la continuità del tempo interiore, diverso, differente dallo spettacolo della tragedia. Cosa siamo allora? Contemplatori inconsapevoli di uno spettacolo di dolore, incapaci di interpretarlo, incapaci di dargli un senso, spettatori dissociati che non sanno più trovare l’accordo tra ciò che sono e ciò che guardano ?. Ma forse l’unica logica continua sta nella musica che svolgendosi nelle sue riprese, involuzioni, evoluzioni e aperture ci segnala come l’unica certezza sta nel fidarsi del tempo interiore che può certamente salvarci dall’ “inconcinnitas” del reale ma può diventare contemporaneamente anche l’anestetico della coscienza. Insomma il cortocircuito tra le logiche è il salutare momento interiore per provare ad immaginare da quale parte dovremmo e potremmo essere, pensando a quello che l’assenza di comunicazione finisce per farci essere.

Angelo Colangelo
Ancora l’incomunicabilità, ma questa volta come fatto relazionale; essa non è semplicemente un dato socio – culturale ma è intrinseca alla relazione umana quando essa non sappia riconoscere e capire lo spazio dell’altro da sé. Dunque il problema è tutto nell’individuo, nel suo agire e nel suo scegliere: nel rovinoso e tragico specchio di una umanità – società dissociata, scopriamo ciò che non vogliamo essere ma allo stesso tempo, riaffermiamo quello che desideriamo nel più profondo. Non possiamo non interrogarci se anche noi siamo “quelli” se anche noi possiamo essere la causa di ciò che non vogliamo. Questo video non è dunque un atto di denuncia ma è la dimostrazione di ciò che saremmo se rifiutiamo di essere ciò che desideriamo. E’ lo specchio urticante di come possiamo ridurci se ci rifiutiamo di accettare la relazione, se ci pieghiamo alla becera realtà dell’individualismo verso cui sembra spingerci la logica dell’utilitarismo contemporaneo.
Ma solo vederci così può farci ritornare in noi stessi per dire “non io” ! “non per me”!

E così, tra analisi visive, incroci di metafore, sinestesie visuali e concettuali ritorniamo a guardare in faccia il fatto che l’arte è qualcosa di ben diverso da altri “prodotti”, anche se è facile trattarla come se fosse una lattina qualsiasi. Ma giocando intorno ad una frase del Tao Te Ching potremmo dire che dell’arte possiamo farne o dirne qualsiasi cosa, ma se la scopriamo capace di contenere la vastità delle possibilità, se il suo porsi allo sguardo apre uno o più spazi di senso da percorrere, essa diventa qualcosa che può anche “contenerci” e raccoglierci, aiutandoci così a ricordare di non accontentarsi di un’esistenza che disperde e disorienta. Ripartiamo quindi a pensare in autonomia liberi e coscienti che sia necessario ricercare un senso.

“Noi con l’argilla fabbrichiamo un vaso, ma è il vuoto all’interno che contiene quello che vogliamo”

domenica 6 maggio 2007

dr Masaru Emoto



cristallo d'acqua "amore/gratitudine"
L'energia dell'uomo e del cosmo si manifesta nei cristalli d'acqua
Nato nel 1943 in Giappone, Masaru Emoto ha cominciato nel 1984 le sue ricerche approfondite sull’acqua, dopo aver incontrato il bio-chimico Lee H. Lorenzen, inventore della “microcluster water” (un’acqua energetizzata avente effetti terapeutici).
Dopo aver messo a punto la sua tecnica di refrigerazione, cominciò ad esaminare e fotografare diversi tipi di acqua, come l'acqua dell'acquedotto di diverse città del mondo, e quella proveniente da sorgenti, laghi, paludi, ghiacciai. Quindi gli venne l'idea di esporre l'acqua alle vibrazioni della musica, delle parole (pronunciate o anche soltanto scritte sulle bottiglie dei campioni d'acqua) e persino dei pensieri.
I risultati dei suoi esperimenti mostrano, che i cristalli d’acqua, così trattata, cambiano struttura a seconda dei messaggi che ricevono.
L'acqua trattata con parole "positive" forma dei cristalli bellissimi, simili a quelli della neve; l'acqua trattata con parole "negative" invece, reagisce, creando forme amorfe e prive di armonia geometrica. Le immagini dei cristalli sono talmente impressionanti che Masaru Emoto ha deciso di renderle disponibili a tutte le persone interessate, attraverso la pubblicazione di numerosi libri e attraverso conferenze che tiene in tutto il mondo.

mercoledì 2 maggio 2007

Antongiulio Zimarino


Esserci veramente
Leggendo in questo periodo un interessantissimo volume riflettevo sulle modalità della “presenza” dell’arte nel contesto sociale, culturale, economico e immaginale e su cosa ne determina evidenza, successo, dimenticanza, rimozione, fortuna e quant’altro.
A quanto pare, conoscere le dinamiche sociologiche che regolano il porsi dell’attività artistica (ma in definitiva, di qualsiasi attività culturale) porta in evidenza una questione di fondo, quella della finalizzazione del pensare o del fare: ragionare, produrre o fare qualcosa di culturale quali finalità persegue? Esiste la possibilità di definire (e conseguentemente valutare e considerare) ragione e motivazione di un “valore”? Se la “finalità” determina solo l’evidenza del prodotto, come è possibile evitare di considerare la “qualità”? Come mai è sufficiente la finalità al fine della considerazione mentre la categoria della “qualità” non è di per se sufficiente al riconoscimento pubblico ? In pratica, se la condizione ideale della comunicazione d’arte dovrebbe essere quella della evidenziazione della qualità, ci si accorge studiando i meccanismi di strutturazione sociologica che essa in realtà, non è affatto determinante. E’ perfettamente possibile dare come “da notarsi” qualcosa senza che di quel qualcosa sia definibile una sostanza ed è estremamente semplice attribuire sostanza “a posteriori” a qualcosa solo perché essa sia diventata “notevole” nel contesto. Si pensa cioè che in quanto l’opera, l’oggetto o il pensiero abbiano raggiunto una posizione “da considerarsi” esso / essi siano qualitativamente determinanti.
Non è la prima volta che incrocio la “quaestio” e continuo a sentirla come nodale. La conoscenza delle modalità relazionali entro cui una creazione “culturale” si pone, consente tanto di analizzare e comprendere, quanto di progettare e ordinare una strategia secondo la quale, il fare o il pensare possano acquistare una “presenza”, una determinata rilevanza nell’”esserci”; la conoscenza di queste modalità consentono cioè, di entrare nel gioco della considerazione altrui e consentendo al pensare e al fare, di essere un elemento da considerarsi nelle più generale costruzione dell’identità della cultura. Più prosaicamente, la conoscenza e l’uso consapevole delle modalità relazionali può aprire la strada verso una considerazione anche capitalizzabile in termini economici o di potere. Conoscere e studiare il meccanismo e le sue leggi può essere un modo per pianificare, oltre che per provare a capire, come quanto e quando, il mio o l’altrui “esserci”, abbia rilievo. E’ questa in sostanza la capacità del “marketing” dell’idea o della forma.
Attraverso questa conoscenza e consapevolezza, sposto il mio interesse non tanto sulla ragione che io intendo esprimere quanto sulla modalità attraverso cui l’esprimere possa darsi come notabile. Sposto la direzione del pensare e del fare sul come affermarlo e non sul cosa sostanzialmente affermi. Al di là di ciò che possa dire, la conoscenza delle modalità dell’affermazione possono far sì che il mio dire possa acquisire una qualche rilevanza (maggiore o minore a seconda delle possibilità di percorrere le modalità e le strade relazionali dell’affermarsi).
Ma è questo che fa “essere”? E’ questa capacità di “presenza” che definisce la sostanza dell’esserci? Il problema mi sembra dunque racchiuso nella tentativo di distinguere e definire se è possibile che una un pensiero ( o un opera) sia “da notarsi” in ragione della sua possibilità di essere semplicemente “presente” o se forse esso (essa) possa diventare “notevole” per la sua “essenza” cioè per la sua identità culturale.
Nell’oggi credo che la bilancia penda dalla parte della presenza perché in fondo, essa non [ nient’altro che la condizione dello “spettacolo”: per l’artista vero presunto, per lo scrittore, per il curatore, per il critico, per uno qualsiasi degli attori e dei soggetti che costruiscono il campo identitario della cultura “da notarsi”, la “presenza” è il dato significativo, il dato che determina la “sensatezza”, cioè, la ragione del proprio fare.
Il luogo relazionale che si occupa, la capacità di esser visti e considerati in esso o tra essi, è la conferma di un “essere”, è la misura della nostra identità, è la scala di valore del nostro fare e pensare. Il “successo” è essere visti, essere presenti, essere considerabili, è il luogo che occupiamo insieme all’identità che siamo o vorremmo essere.
Queste riflessioni si vanno ad incrociare con l’altra mia fecondissima lettura di questo periodo: la società dello spettacolo, di Guy Debord.E’ un libro arduo, terribile e profetico che spiega molto, secondo me, di un trapasso e di uno stato di cose della nostra contemporaneità.
A proposito di questa nostra riflessione dice ad esempio Debord: “Lo spettacolo (n.d.r. il mostrarsi, l’occupare una visibilità) si presenta come una enorme positività indiscutibile e inaccessibile.Esso non dice niente di più di questo, che “ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”. L’attitudine che esso esige per principio è questa accettazione passiva che di fatto ha già ottenuto con il suo modo di apparire senza repliche, con il suo monopolio dell’apparenza.”
Il processo sociale, culturale ed economico fotografato e descritto da Debord ha cambiato profondamente la modalità di pensare e costruire il proprio essere come identità e come relazione, ma al di là della constatazione di un processo avvenuto e che avviene, la prospettiva in cui il pensatore francese ci colloca, fa diventare problema centrale della cultura stessa, il”come” intendiamo pensare noi stessi, il come vogliamo che sia il nostro “darci” alla relazione con l’altro e con il contesto.
Personalmente mi sembra antropologicamente scorretto sostenere che l’essere sia unicamente determinato valorialmente dall’appartenenza ad una posizione contestuale determinabile, per cui penso che oltre le constatazioni che il libro di Debord offre, oltre le sistemazioni sociologiche che la Heinich traccia, sia possibile pensare diversamente “l’esserci”, il vivere e riflettere il proprio tempo.
La capacità analitica e riflessiva legata all’atto del conoscere, del pensare e del riesprimere, (una creatività, una riflesione “pensata” cioè esprimibile nella sua sostanza e descrivibile nei suoi possibili processi) permette oltre che di “scoprire” e conoscere, anche di intervenire tanto nel “processo” che conduce alla visibilità quanto nell’idea che si ha di identità: il problema diventa dunque etico cioè, cosa intendiamo farne della capacità di comprendere, definire e progettare i processi e gli esiti della “visibilità”.
La coscienza della modalità attraverso cui i fenomeni possono acquisire notabilità e rilevanza, porta ad una necessaria presa di posizione critica nei loro confronti: non si tratta però di giudicare come e perché i fenomeni divengano notabili e rilevanti, ma di comprendere quale sia la loro portata intrinseca rispetto ad una valorialità del campo semantico a cui riferiscono. Implicitamente bisognerebbe valutarli rispetto a cosa riteniamo sia vero è giusto (eticamente, esistenzialmente, scientificamente) rispetto alla definizione di una loro identità.
Corollario alla questione: è il fenomeno che nella sua “necessità” di procedere e di collocare, ordina necessariamente il comportamento o la sensatezza di chi lo ha prodotto?
Nel campo dell’arte le questioni diventano le seguenti: l’opera ha senso per il luogo che occupa o per la sua identità? L’artista ha rilevanza per la sua capacità strategica o per la sostanza estetico – speculativa del suo fare? Il pensare l’arte vale per la coerenza metodologica del suo disporsi o per la posizione di visibilità che genera o che mantiene?
La questione nodale dell’arte contemporanea resta dunque giocata entro questa condizione: se la strategia della rilevanza sia maggiore dell’effettiva portata semantica e formale dell’opera. Per poter dare una soluzione alla questione, che implica la definizione stessa della cultura contemporanea se essa sia essenzialmente (parafrasando Debord) “cultura dello spettacolo” (determinata cioè dalla visibilità) o “cultura dell’Identità”, la critica deve tornare a darsi una metodologia coerente, un campo di azione determinato dalle sue ragioni culturali e non ideologiche o relazionali.
Ma tornare ad analizzare l’identità del ricercare o del pensare (e poi provare a distinguere i fenomeni su quelle basi) è una azione difficile e rischiosa che può avere spesso, come conseguenza, l’emarginazione dalla “società dello spettacolo”, l’allontanamento dalle regole sociologiche della “visibilità”. La ricerca dell’identità fuori dall’apparenza, “non paga” in termini di riconoscibilità se è vero che nel nostro contesto attuale, “essere” significa “essere riconosciuti” e partecipare allo “spettacolo”.
E qui si gioca una partita interessante, su ciò che per noi significa “esserci”. Il “ – ci” implica la relazione, l’essere disposti a riconoscere la reciproca identità: l’altro deve riconoscerci e noi dobbiam riconoscere l’altro. Ma in definitiva, cosa vogliamo che di noi sia riconosciuto? Cosa pensiamo che sia importante riconoscere dell’altro? Da cosa intendiamo determinare o farci determinare?
E’ chiaro che stiamo passando su un piano sostanzialmente “etico” ma se i nostri termini di riflessione si stanno muovendo tra i limiti dell’apparenza e dell’identità, è conseguente che la partita la stiamo giocando anche con il concetto di “verità”. Cosa pensiamo sia vero di noi?
Per estensione, cosa pensiamo sia “vero” dell’opera d’arte? Su cosa pensiamo sia giusto costruire un processo di riflessione culturale, sull’indagine di una possibile “verità – identitaria” dell’opera o sulla sua capacità che essa ha di occupare una visibilità?
La questione, prima di arrivare a delle considerazioni conclusive ha bisogno di un “inciso” cioè su come si possa percorrere la possibile “verità – identità” dell’opera (ma per esteso, potremmo anche intendere, dell’individuo).
Penso di aver riassunto in qualche modo la questione, in alcuni capitoli di un mio libro in uscita nei quali ho provato a condensare le ragioni che ridanno centralità ad un discosro critico sull’arte. Parlare della possibile identità di un’opera d’arte è una operazione incessante e aperta che si compie definendo delle modalità e dei processi analitici differenti che indaghino le implicazioni e le relazioni culturali vaste che l’opera mette in gioco. Senza la pretesa di definizione, il discorso critico, in base alla coerenza della sua metodologia e della sua esposizione, dispone ipotesi sensate: l’identità si configura dunque come la complessità della sensatezza che l’opera evidenzia.
Dunque ridurre l’identità ad un solo aspetto, è una scorrettezza; proporre identità per posizione è malafede interessata; attribuire identità per ideologia è dogmatismo e dittatura; dare valore economico a un’identità non chiara, ottenuta per “posizione” è speculazione; discutere e costruire discorsi su qualcosa, senza averne ipotizzato una identità complessa possibile e credibile è sostanzialmente inutile. Più utile e più “vero” sarebbe passare le “evidenze” della spettacolarità al vaglio di una ricerca identitaria, radicata in un metodo credibile.
Oggi prevale indubbiamente la “società dello spettacolo” e la sua sostanza prescrittiva e “dittatoriale” rispetto a ciò che sia mostrabile e valutabile. In sostanza essa realizza il setting del nostro immaginario e quindi stabilisce l’identificazione valoriale dell’oggetto, senza che esso sia in se stesso considerabile come identità ma soltanto in base alla sua posizione. Il campo della critica è dunque quello di indagare l’identità dei fenomeni per comprendere se quella posizione è credibile, è sensata. Esimersi dall’essere realmente “critici” significa accettare l’apparenza come verità, significa condannarsi al sembrare nell’illusione di essere, ma è necessario essere “critici” dell’identità cioè di scavare dentro la possibile sensatezza dei fenomeni e non dele relazioni tra essi.
Il problema è che tutto sommato, siamo in un contesto dove è più conveniente e piacevole, potenzialmente, sembrare che essere. Allora la partita per la verità si gioca nella coscienza ma questo è un campo dove non si può “giudicare”. Possiamo tuttavia imparare a guardare lo spettacolo e capirne i meccanismi, svelarli, suggerirne alternative, magari da posizioni “deboli” rispetto allo spettacolo stesso e tutto questo ha il suo senso unicamente nel desiderio che si tiene in cuore di “essere per davvero” e se mai, di essere riconosciuti e riconoscersi “per la verità” possibile di ciò che siamo.
Ciò non da soldi né fama, ma almeno il rispetto e la sincerità dei rapporti. Ci dà il senso di stare a questo mondo, con un pensiero e una storia, con l’intelligenza e l’apertura, con la libertà, di “esserci veramente”.

Antongiulio Zimarino

martedì 1 maggio 2007

Al riparo dal pensiero


Sabato 20 maggio
libreria HUB, Palazzo Ferrini, Pescara
Presentazione del libro
"Al riparo dal pensiero"
funzioni, ruoli e processi nella percezione dell'arte contemporanea
di Antongiulio Zimarino
Edizioni Tracce V. E. Ravasco 54 - 652132 Pescara
Euro 11,00 - ISBN 978-88-7433-391-2
immagine di copertina Angelo Colangelo