sabato 2 giugno 2007

Il fanciullo che c'è in te




IL FANCIULLO CHE C’ E’ IN TE
Ci sono molti modi di pensare alla propria infanzia: come ad un bene perduto, l’età dell’innocenza, come ad una sorta di limbo immemore in cui ancora non si davano i significati alla vita, come la risposta storiografica nella ricerca della propria identità. Vi è però, spesso, una sorta di condiscendenza, di malinconica superiorità nel guardarsi indietro, nel vedersi bambini, quasi che al bambino di allora mancasse la parte più sostanziale della vita, l’esperienza, per potersi dire compiuto.
Quando però l’infanzia incontra l’esperienza sembra perdersi in essa, piano piano, sembra disfarsi come una tela il cui bandolo è impigliato nella vita, costretto a seguirla nei suoi giri guadagnando nuovi spazi ma perdendo la propria origine.
L ‘origine, il fanciullo che siamo stati, non è un ricordo, è molto di più, è forse quello che maggiormente si avvicina alla nostra verità personale: il bambino custodisce il tesoro dell’intatto, della vita selvatica e della promessa che ci ha catturati e fatti “discendere” per seguire una traccia irrinunciabile. Quale traccia? Quale conio per l’unica moneta “vera” da spendere? Non stà a noi dirlo, saperlo, ma la risposta indugia sui visi di uomo e di donna che si con-fondono su se stessi, si riuniscono in trasparenze dove non si può dire cosa sia prima e cosa dopo.
Il fanciullo è qui custode e guerriero: conserva il segreto del “perché”, ma al tempo stesso mosra con tutto ciò che è, che è stato, con quello che ha urlato e fatto per liberare il proprio potenziale prima che la vita-l’esperienza lo costringessero allo scontro perdurante per conservarsi e progredire. Da queste foto i bambini lanciano uno sguardo puro e terribile, sguardo di angeli senza bene e senza male, senza pietà per i nostri volti di adulti che hanno saputo, o forse no, mantenere quella promessa.
L’adulto porta un tesoro d’altro tipo, porta il segno di molte contaminazioni, di mescolanze, è il protagonista del faticoso percorso di discesa nel mondo delle cose: l’anima da libera diventa materia, somma di corpo e movimenti spaventati, conquista quotidiana. Il traguardo non è un “luogo”, un’età (la prima o l’ultima saggezza), ma la possibilità di riconoscere tra quali poli stà il filo teso della vita, e percorrere questa visione con leggerezza, come un equilibrista deciso a mantenersi nel mezzo, nel centro, nell’essenza di sé.
In questa mostra, ponendosi oltre le pure suggestioni cronologiche, le autrici restituiscono alla persona una contemporaneità che zittisce, la parola e la storia lasciano il passo al sogno, all’emozione, a territori dove forse solo da fanciulli sapevamo entrare senza timore.

Valentina Erculiani
psicologa
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“IL FANCIULLO CHE C’È IN ME” HA 7 E 9 ANNI E CHIEDE:
È VERO NONNA CHE MAI NESSUNO È RIMASTO BAMBINO PER SEMPRE?
Mandra Cerrone
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L A FOTOGRAFIA MI REGALA IL PIACERE DI ENTRARE NELLA VITA DELLE PERSONE.
POSSO GUARDARE DA VICINO I LORO VOLTI COSÌ COME SI PUÒ GUARDARE SOLO LA PERSONA CHE SI AMA.
LEGGO NEI SORRISI E NEGLI SGUARDI LA LORO STORIA, NEL FANCIULLO CHE C’È IN LORO LE TRACCE DI UN FUTURO ANCORA DA VENIRE.
FRrancesca Maffei
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opere di Mandra Cerrone e Francesca Maffei, anno 2000

1 commento:

luana ha detto...

leggere questo post è stato appagante.
un salutissimo
luana